Un ricordo di Mario Mattia Giorgetti

Un ricordo di Mario Mattia Giorgetti

Ha vissuto molte vite, Mario Mattia Giorgetti, interpretando ognuna di esse con la compitezza e lo scrupolo che un uomo di Teatro a tutto tondo sapeva di dovere all'Arte. Dietro la sua figura quasi ieratica, esaltata da una canizie che ne enfatizzava il portamento naturalmente aristocratico, si celava un idealista di specie molto rara: un idealista, per così dire, concreto, ben radicato nella convinzione che la Cultura potesse (e dovesse) essere trasversale anche a se stessa. Concezione poco attuale, ça va sans dire, ma proprio per questo modernissima, e forse persino in anticipo sui tempi.

Come pubblicista teatrale ed organizzatore, Giorgetti riverberava qualcosa delle grandi personalità del passato: penso a Don Giovanni de' Medici (mecenate del Comico Flaminio Scala) o – ancora di più – a Carlo Emanuele Malaspina (maieuta del talento poetico di quel Giovanni Fantoni poi passato alla Storia col nome arcadico di Labindo Arsinoetico), laddove la dialogicità interdisciplinare tra le parti diviene scaturigine e fonte di nuove esperienze artistiche. La grafica sobria del periodico “Sipario”, che Mario ha diretto nell'arco di quarant'anni, tra complicazioni e difficoltà d'ogni genere, celava molto più di una rivista dedicata all'Arte teatrale; si trattava di un vero e proprio manifesto – strutturato nel tempo - a sostegno della cultura performativa nel nostro Paese, e per molti aspetti di un luogo virtuale di confronto tra critica, produzione, distribuzione e consumo.

Tra i pochissimi intellettuali d'area provvisti di un autentico respiro internazionale – ricordo che aveva lavorato a più riprese in paesi esteri, specie nel Portogallo -, Giorgetti s'era formato professionalmente alla bottega di un certo Strehler, del quale aveva introiettato l'amore per la cura dell'allestimento ed un inesausto interesse per la modulazione del testo sul palcoscenico. Oltre ad una forte fascinazione per la Commedia dell'Arte che, lungi dal costituire un museo vivente o l'oggetto di una venerazione da necrofili, egli riteneva poter ancora costituire un linguaggio attivo, una frequenza declinabile sul piano dell'analisi del presente.

Ho avuto l'onore – e sottolineo tale inattuale sostantivo – di vedere pubblicata sulla copertina di “Sipario” una foto di scena del mio “Madame de Sade”, al quale fu correlato un lungo servizio illustrativo del convegno su Mishima organizzato presso il Teatro Dehon grazie ai “damsiani” Giovanni Azzaroni e Matteo Casari (la rivista riportava integralmente anche la mia rivisitazione in chiave attuale del testo originale): è uno dei ricordi professionali dei quali vado più orgoglioso.

Ma il rapporto di Giorgetti con lo spazio di via Libia si articolò anche nella ripresa di un suo “vecchio” allestimento, ad opera della Compagnia Teatroaperto (interpreti Guido Ferrarini ed Alida Piersanti), del corrosivo “Stasera arsenico!” di Carlo Terron, autore importante nella riformulazione postbellica della drammaturgia italiana, del quale Mario era divenuto una sorta di custode della memoria. Un'opera breve di grande interesse – che attinge a piene mani dalla formazione medico-clinica dello stesso Terron – ove, nel retrobottega di un'agenzia di pompe funebri, si intrecciano (dis)armoniosamente humour nero e psicodramma. Giorgetti interpretò in prima persona, presso il Teatro Dehon, anche “L'ultima notte di Casanova”, interessantissimo testo di un giovane di belle speranze (poi destinato a grandi fortune), del quale già avevamo avuto modo di ospitare il mirabile “Processo a dio”, con Ottavia Piccolo: Stefano Massini. Lo ricordo come uno spettacolo minimalista – nel senso più nobile -, ricco di suggestioni e cupamente intrigante nel descrivere il crepuscolo boemo del seduttore veneziano. 

Il suo ultimo lavoro, coerentemente incentrato sulla rivisitazione in chiave attuale di quelle maschere che Giorgetti amava, “Arlecchino e Peppe Nappa messaggeri di amore e pace”, avrebbe dovuto andare in scena al Dehon nel maggio scorso; purtroppo non è stato possibile, e me ne dispiaccio. Resta ora da vedere quale sarà la sorte di “Sipario”... Auspichiamo un gesto di buona volontà da parte del Ministero competente: la sua scomparsa – dopo quella già sofferta di Mario - rappresenterebbe una perdita rilevante per il patrimonio culturale e teatrale italiano.         

 

Il Direttore Artistico
Piero Ferrarini

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