Apprendo dalla stampa e dai media della recente polemica scatenatasi attorno alla realizzazione del manifesto per il Palio di Siena (cosiddetto "drappellone") ad opera dell'amico Gianmarco Montesano, che ci ha a più riprese onorati della sua collaborazione.
Riassumendo sinteticamente i fatti: lo si accusa di plagio, per aver ripreso quale soggetto del suo cartellone - peraltro bellissimo - l'immagine di una cartolina propagandistica austro-ungarica distribuita durante la Prima Guerra Mondiale.
Già in tutto ciò, essendo Montesano fondatore di una corrente artistica denominata "medialismo", nota a livello critico per l'impiego e la reiterazione di materiali iconografici ed intellettuali d'uso comune e popolare quale strumento di prospezione del reale che in essa si operano, si scorge una sottile ironia; quella stessa che un altro "plagiaro" di gran marca, sia pure attivo in campo letterario, H.P. Lovecraft, riteneva non mancare mai, neppure nei vortici dell'orrore più profondo. Non serve infatti la logica di un Hempel o di un Popper per comprendere come, qualora un artista che ha fatto della serializzazione e del riciclo (meccanismi oggi peraltro assai à la page) la cifra della "sua" Arte, venga accusato di aver copiato, ciò corrisponda né più né meno che a confermare l'abilità e la coerenza con le quali egli persegue il suo percorso creativo.


E pure se ciò basterebbe già per dare le dimensione della speciosità delle critiche, evitando quindi di alimentarle ulteriormente, forse non saranno superflue alcune osservazioni supplementari.
Iniziamo col dire che, in un'epoca qual è quella attuale, l'originalità che si richiede all'artista non può, e per molti aspetti non deve, affondare il proprio seme in alcuna originarietà sociale o culturale: il mondialismo globalizzatore aborre infatti il senso stesso dell'origine, per adorare incondizionatamente il convulso divenire di sé nella direzione di un "unico", che a differenza del suo omologo stirneriano non possiede però alcuna " proprietà". In altri termini, entro il quadro omogeneo di una società monofrequenziale che distrugge ogni differenza qualitativa in funzione di una "weltanschauung" unica, come si può o potrebbe anche solo concepire l'idea di un'arte Unica?
Ma non basta. Tutta la vicenda denota infatti come la preoccupante eclissi dell'autorità del giudizio critico - che dovrebbe essere caratteristica comune all'esperto così come all'uomo della strada, sia pure in forma e modi differenti -, abbia lasciato spazio alla tirannia brutale ed ignorante delle opinioni e dei pareri, laddove la circostanza "minore" prevale sul valore dell'individuo.
Un esempio su tutti: recentemente Aurora Pepa, giornalista e fidanzata del filosofo Diego Fusaro, uno dei pochi uomini giovani che sappiano esprimere un pensiero articolato, originale e spesso davvero controcorrente, ha rilasciato scherzose dichiarazioni relative al suo ménage di coppia; dichiarazioni ironiche, ma che potevano suonare con ogni evidenza provocatorie, avendo ella dichiarato di non avere rapporti sessuali con il fidanzato, che preferirebbe trascorrere tutto il suo tempo... "a leggere Hegel". Ora, al di là della inverosimiglianza delle asserzioni, lascia interdetti l'eco mediatica che esse hanno provocato: non si è infatti spesa una sola parola sul valore intellettuale della coppia, né tantomeno sull'assoluta liceità di ognuno di far nel suo privato ciò che meglio crede. No: si è invece artatamente scatenato un ridicolo putiferio mediatico, senza che una sola voce si levasse a sottolineare l'assoluta inconsistenza dell'argomento del contendere!
Se Aurora Pepa avesse concesso piccanti rivelazioni, narrando mirabolanti performaces del proprio uomo, rientrando così nella media della "logica" dei media (scusate il calembour, ma evidentemente le parole iniziano a plagiarsi tra loro), oggigiorno sempre più simili a vere e proprie eggregore, nessuno avrebbe mosso verbo; allo stesso modo, se Gianmarco Montesano si fosse limitato a ritrarre una veduta della città di Siena o qualche altro soggetto assimilabile dalla ridotta capacità ermeneutica del mainstream probabilmente sarebbe passato inosservato.
Ma il crimine che egli ha commesso, senza che ciò venisse direttamente contestato, non è quello di appropriazione indebita (per il quale, come abbiamo visto, dovrebbe essere assolto su due piedi, stante l'assoluta necessità che deriva dalla logica imposta dalla stessa filosofia estetica che soggiace al suo lavoro d'artista), quanto bensì quello di lesa maestà, e qui le cose si fanno più complesse.
Al pari della Pepa, che ha - sia pure ironicamente - rivendicato la scelta inattuale della castità, scatenando le ire di opinionisti più o meno titolati, Montesano ha abbordato questa volta due argomenti davvero tabù: quello dell'identità (di sé e del nemico) e quello della storia, richiamando il fuoco delle batterie avversarie.
L'immagine del manifesto, che ritrae un fante nell'atto di baciare la mano ad una fanciulla, era come si è detto originalmente quella di un soldato germanico, come appariva evidente dalla finitura aguzza apposta sul caratteristico elmetto; ecco che la prima discrasia con il doppelgänger derivato dall'autore, ove troviamo invece l'uniforme del militare italiano, traslando peraltro il feldgrau iniziale nel celebre grigioverde, stabilisce distanze siderali tra l'"originale" e la "copia". Forse Montesano ha inteso con ciò stabilire un'ideale pariteticità tra le motivazioni e la vita di trincea sui due fronti? Se così fosse, da Ernst Jünger ad Eric Maria Remarque, passando per Piero Jahier o Blaise Cendrars, egli si ritroverebbe in buona compagnia... E' forse da accusare una seconda volta di plagio, avendo egli proposto in chiave figurativa elementi poetici comuni ad altri?
L'identificazione del nemico, nel contesto della guerra di materiali così come in quello sfuggente dei conflitti a bassa intensità del nostro presente, è sempre affare complicato. Forse, il nemico è da ricercarsi altrove? Nella pericolosità abissale del femminile eterno ed immutabile posto accanto al soldato? Oppure, al contrario, esso ricrea simbolicamente la realtà di quella Siena devota (al pari di Montesano)  alla Vergine Maria, cui il principio maschile rende un deferente e vibrante omaggio? Se così fosse, non risulterebbe difficile intravedere un parallelismo tra la Vergine di Siena, percepita al di là della contingenza, e la Vergine-Pepa; irriverente, forse, ma efficace nella rappresentazione di un quadro sinottico che renda ragione delle reazioni scomposte degli "opinionisti".
Del resto, al pari di Montesano, anche Fusaro si occupa e si preoccupa di temi scomodi: identità e storia. Evidentemente secondari rispetto a pruderie da rotocalco o ad accuse campate in aria; ma pure sufficientemente pericolosi da richiedere l'intervento della psicopolizia in servizio permanente. E il diversivo costituito dalla banalizzazione degli elementi sospetti costituisce, nel quadro informatizzato dell'alltag attuale, la tattica più immediata e in fondo più funzionale. Normalizzare, controllare, riportare allo stereotipo funzionale all'asse della narrazione dominante ed ai suoi mezzi espressivi: Montesano irriducibile plagiaro. Fusaro nerd senza speranza.
Come nella più vieta, italica tradizione, la Storia può essere accettabile solo se porta una maiuscola. Devozione crociana od ortodossia marxista impongono doveri precisi; e l'inassimilabilità montesaniana (o fusariana) ai dogmi del consentito procede forse proprio da ciò: ammettendo la possibilità di una storia plurale e priva di maiuscole (Fusaro attraverso il crisma assai poco attuale del concetto di comunità organica; Montesano addirittura richiamandosi a quello di "nazional-popolare"!) ove gli uomini si riappropriano di spazi politici e/o modalità estetiche precise, la collisione con il blocco compatto degli opinionisti è inevitabile. Ineludibile. Ineluttabile.
In altri termini, ciò che si rinfaccia oggi a Montesano, poco attiene, crediamo, alle risibili contestazioni relative alla novità del suo lavoro artistico (novità che lo stesso autore disconosce come "altro" dal suo centro di gravitazione estetico-formale), quanto e piuttosto l'aver intrattenuto commerci illeciti con concetti sospetti e poco attuali. Del resto, osservando le cose da un diverso ed opposto punto di vista, il messaggio che l'autore manda è da offuscare immediatamente. Postulare l'esistenza di uno schutzengrabengeist, di uno spirito della trincea che possa accomunare i nemici sui due fronti, asserisce implicitamente che l'Europa sia fondata (anche) su radici differenti da quelle che ritroviamo distillate nella onnipervasiva retorica, zuccherosa ed insincera, di Bruxelles. Purtroppo per quanti contestano, per quanti s'indignano, per chi ha rimosso, Montesano (ed Eraclito prima di lui) ha ragione: la guerra genera, crea, dà vita. E' matrice attiva della Storia al pari della sua omologa speculare. E, come magistralmente descrisse Tolstoj, questa Storia s'intesse delle infinite storie dei singoli uomini; e quindi anche dei loro molteplici codici comunicativi, che assumono - talvolta - la forma di immagini serializzate.
Montesano ha inteso mandare un messaggio profondo, secondo le modalità irrituali e poco ortodosse che si richiedono ad un artista. La sua cartolina, spedita cent'anni or sono dalle retrovie di un Impero - quello Austro-ungarico - in procinto di naufragare (al pari di quel Titanic che già aveva occupato le tele dell'artista), ed indirizzata ad un fratello-nemico, giunge oggi a destinazione per celebrare lo splendore selvaggio del Palio di Siena, una fratricida guerra in miniatura.
Dovremmo forse respingerla al mittente?   
   

Piero Ferrarini

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